Il rapporto tra la Lega e la Chiesa cattolica ha un carattere
certamente atipico (con un passato anche burrascoso) e riveste una
straordinaria importanza nella strategia di conquista dell'egemonia culturale e
politica del Nord da parte del Carroccio.
A differenza di altri partiti, infatti, in più di
un'occasione la Lega non ha avuto remore nel presentarsi come un soggetto che
interviene direttamente nelle vicende della Chiesa, schierato apertamente a
sostegno delle posizioni tradizionaliste e anticonciliari.
Per i leghisti, la religione cattolica rappresenta un
fondamentale fattore di conservazione sociale e di trasmissione della
tradizione, essenziale per contrastare il multiculturalismo e la società
multietnica.
Un interessante e ricco contributo per ricostruire e
comprendere meglio le complesse relazioni tra Lega e Chiesa, viene dal libro di
Renzo Guolo, docente di sociologia politica all'Università di Padova, dal emblematico
titolo "Chi impugna la croce" (pp. 151, euro 16,00), appena edito da
Laterza.
Dopo la fase «neopagana» delle origini, con derive celtiche,
la Lega,avrebbe compiuto, nell'analisi di Guolo, una progressiva «conversione»,
per candidarsi a essere, a tutti gli effetti, un «partito cristiano».
Una strategia dettata sia dall'esigenza di espandersi in
territori fortemente caratterizzati da una radicata subcultura bianca che non
avrebbero tollerato una «guerra di religione» contro santa romana chiesa sia
dall'essere diventata una forza di governo chiamata a dialogare con il
Vaticano.
La cosiddetta Italia bianca, infatti, ha avuto storicamente
il suo cuore principalmente nel Nord Est, nelle province montane e pedemontane
della Lombardia, con qualche appendice nel Nord Ovest (la provincia di Cuneo),
con tratti di vera e propria egemonia elettorale nelle aree extra-urbane e nei
piccoli comuni: in queste zone la Democrazia Cristiana poteva contare su di un
consenso largo e fedele, molto al di sopra della media nazionale.
Ebbene, prendendo in esame le ultime elezioni regionali del
2010, vi è una pressoché perfetta sovrapposizione tra i territori «bianchi» e
quelli «verdi» leghisti. Nelle terre storicamente considerate di subcultura
politica bianca la Lega raggiunge percentuali che oscillano tra il 20 e il 40%
e nella provincia di Treviso, una delle principali casseforti del voto
democristiano, il Carroccio ottiene il suo risultato migliore (48,5%).
Un radicamento così significativo che porta Guolo a
sostenere che la definizione della Lega «costola del Pci», che così tanta
fortuna ha trovato nei media - andrebbe, forse, più correttamente sostituita
con quella di un Carroccio «costola della Dc».
In altri termini, la più recente espansione della Lega
sarebbe stata resa possibile da progressivo riavvicinamento alle gerarchie
ecclesiastiche, iniziato non senza difficoltà per una reciproca diffidenza, dopo
la fine del mito dell'unità politica dei cattolici.
Nel Nord, la Lega si è così candidata a diventare l'erede di
"una delega di tipo «difensivo»: votare «per la religione», per la Dc,
significa nel senso comune" - scrive l'autore - "non solo tutelare il
mondo cattolico ma anche la forma della società locale e del suo sistema
culturale".
Una strategia che ha trova una dura opposizione in molti
ambienti cattolici, indisponibili ad accettare le posizioni leghiste in materia
di immigrazione. Un tema, quello dell'accoglienza dei migranti, su cui permane
una significativa diversità di opinioni netta tra Lega e Chiesa.
In definitiva, Bossi mira a essere il principale
continuatore (in competizione con Berlusconi) di quella tradizione politica e
culturale che, nonostante la fine del Pci, continua sotto la forma dell'
«anticomunismo senza comunisti» e che costituisce una parte consistente del
radicamento elettorale della Lega nell' Italia bianca (e non solo).
Federico Fornaro
("Il Riformista", 11 maggio 2011)