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11 maggio 2011
IL FINTO PACIFISMO DELLA LEGA


Stefano B.Galli, ricercatore di Storia delle dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Milano, parrebbe ormai aver preso nel cuore del popolo padano, il posto che fu del professor Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega delle origini. Dal gennaio di quest'anno, Galli, è diventato anche uno degli opinionisti di punta de "Il Giornale" diretto da Sallusti, oltre a continuare a collaborare con il quotidiano del Carroccio. Dopo aver dissertato sulla rabbia e l'orgoglio padano in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, Galli,ora, si è cimentato nella non facile impresa di dare una copertura storico-culturale alle ultime esternazioni del Senatur in materia di politica internazionale. La sua tesi è quella che la presa di posizione della Lega radicalmente contraria alla partecipazione dell'Italia ai raid aerei Nato contro la Libia di Gheddafi, arriverebbe da lontano perché affonderebbe nelle radici ideologiche pacifiste fondative del movimento. Secondo il novello Miglio, infatti,la famiglia politico-culturale, erede della scuola europea del federalismo integrale, di cui farebbe parte a pieno titolo la Lega, guarderebbe «all'ordine politico sovranazionale secondo una visione autenticamente pacifica, poiché auspica la fondazione di un'Europa dei popoli, contro quella delle tecnocrazie, della burocrazia e della finanza, così come si è realizzata». Per Galli, infine, non si possono avere dubbi sulle ultime versioni del Bossi-pensiero perché «federalismo fa rima con pacifismo, ce l'ha insegnato Kant nella Pace perpetua».

Ora soltanto pensare di accostare Borghezio e Gentilini a Immanuel Kant fa perlomeno correre i brividi lungo la schiena e certamente non potrà che inorridire gli studiosi del filosofo tedesco, oltre ad essere un insulto all'intelligenza di chi legge. La cultura politica e la propaganda leghista, nei simboli e negli slogan, è tutto fuorché un modello di pacifismo. Senza ombra di dubbio è l'aggressività guerresca a essere la cifra della comunicazione del Carroccio fin dalle sue origini.

Le motivazioni della contrarietà della Lega all'azione Nato in Libia,invece, sono espresse in maniera più onesta e trasparente (senza tentare di ammantarle con improbabili richiami a radici storico-culturali) da "la Padania" quando titola in prima pagina "Bombe uguale più clandestini" e ieri "Più bombe = più spese per il Nord".

Non vi è, dunque, alcuna visione ideale nella strategia leghista di contrarietà all'intervento armato nel conflitto libico. Al contrario, la linea politica del Carroccio è come sempre dettata da ragioni utilitaristiche, funzionali ad alimentare la paura dell'invasione dell'Italia (e del Nord) da parte dei clandestini. Nulla di nuovo sotto il sole: la Lega imprenditore politico della paura. Le dottrine del federalismo pacifista non centrano un bel nulla con il disagio espresso dalla dirigenza e urlato dai militanti della Lega a Radio Padania Libera in queste settimane. A loro interessa unicamente dimostrare all'elettorato intransigenza assoluta nella politica anti-immigrati, perché, come hanno scritto, con chiaro riferimento alla crisi economica: "Non c'è né più per nessuno". A guidare l'iniziativa politica leghista,dunque, c'è unicamente il faro dell'egoismo economico (altro che visioni ideali pacifiste), con l'aggiunta di una competizione, ormai neppur troppo dissimulata,  per la leadership del centro-destra del Nord: nelle imminenti elezioni amministrative (e nel dopo Berlusconi in alleanza con Tremonti).

 Federico Fornaro  

("Il Riformista", 30 aprile 2011)




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11 maggio 2011
LA QUESTIONE ROM E LE GUERRE TRA POVERI

L'immagine dei rom che lasciano mesti,in fila indiana, la basilica di San Paolo, dove si erano rifugiati a seguito dello sgombero del campo abusivo dove vivevano, è destinata a fare il giro del mondo e non rappresenta certo un bel biglietto da visita per Roma e per l'Italia.

Ancora una volta è esplosa, in tutta la sua drammaticità, l'irrisolta questione dei rom. Un tema di cui preferisce parlare il meno possibile perché, per dirla in termini crudi, non fa audience.

Anche il recente, pregevole, "Rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia" della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato (presieduta da Pietro Marcenaro) è passato quasi inosservato, nonostante contenesse dati e riflessioni utili per comprendere la realtà.

Bisogna, infatti, avere il coraggio di ammettere che differenza di altre minoranze e dei migranti in genere, la condizione dei rom, nell'opinione di larga parte della popolazione italiana, non suscita sentimenti di umana pietà, ma, al contrario, un fastidio crescente, spesso destinato a trascendere in fenomeni di aperta intolleranza; il tutto condito da leggende metropolitane (ladri di bambini ecc.) difficili da cancellare dall'immaginario collettivo.

Luca Cefisi, che ha appena pubblicato sul tema dei rom un coraggioso libro dal titolo Bambini ladri (Newton Compton, pp.223, euro 12,90), rileva,infatti,che questa intolleranza diffusa «trova le sue giustificazioni in un giudizio duro e aspro, una vera condanna collettiva: i rom non sono come gli altri immigrati, sono «tutti uguali», incessantemente dediti al furto e allo sfruttamento dei loro figli. Considerati ostili e asociali, renitenti alle regole e alle leggi, non sembrano meritare la solidarietà che si dà ai poveri, né la comprensione che si deve all'altro».

La mancata integrazione, per di più, sta producendo un pericoloso cortocircuito: i rom rifiutati dalla società circostante, ghettizzati, trattati come un soggetto estraneo, finiscono per rifugiarsi nella tradizionale struttura dei clan, trovando spesso nella scorciatoia della violazione delle leggi e degli espedienti, una facile risposta all'intolleranza e alla mancata ricerca del dialogo.

I ricercatori sociali ci dicono,però, che è indispensabile, in primo luogo rifuggire dalla categoria unificante e semplificatrice del «sono tutti uguali», perché, al contrario dell'opinione dominante, l'universo rom ha molte più sfaccettature di quelle che appaiono a un primo sguardo superficiale e bisogna aiutare chi - e sono molti - vogliono accettare la sfida dell'integrazione.

Spesso,infatti, i media dimenticano che oggi in Italia vivono migliaia di rom nati e cresciuti in Italia; gente che se anche volesse tornare al proprio paese d'origine non saprebbe dove andare.

In realtà in questi anni si è lasciato incancrenire il problema dei rom, pensando che la soluzione fossero i campi nomadi e le periodiche azioni di sgombero di quelli abusivi, con il corollario di troupe televisive al seguito per tranquillizzare l'opinione pubblica.

L'aver individuato per i campi localizzazioni nelle aree più degradate delle grandi città ha poi finito per scatenare «guerre tra poveri»,indegne di una grande nazione civile.

 Federico Fornaro

("Il Riformista", 27 aprile 2011)




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POLITICA
11 maggio 2011
IL PATTO ELETTORALE TRA LEGA E CHIESA


Il rapporto tra la Lega e la Chiesa cattolica ha un carattere certamente atipico (con un passato anche burrascoso) e riveste una straordinaria importanza nella strategia di conquista dell'egemonia culturale e politica del Nord da parte del Carroccio.

A differenza di altri partiti, infatti, in più di un'occasione la Lega non ha avuto remore nel presentarsi come un soggetto che interviene direttamente nelle vicende della Chiesa, schierato apertamente a sostegno delle posizioni tradizionaliste e anticonciliari.

Per i leghisti, la religione cattolica rappresenta un fondamentale fattore di conservazione sociale e di trasmissione della tradizione, essenziale per contrastare il multiculturalismo e la società multietnica.

Un interessante e ricco contributo per ricostruire e comprendere meglio le complesse relazioni tra Lega e Chiesa, viene dal libro di Renzo Guolo, docente di sociologia politica all'Università di Padova, dal emblematico titolo "Chi impugna la croce" (pp. 151, euro 16,00), appena edito da Laterza.

Dopo la fase «neopagana» delle origini, con derive celtiche, la Lega,avrebbe compiuto, nell'analisi di Guolo, una progressiva «conversione», per candidarsi a essere, a tutti gli effetti, un «partito cristiano».

Una strategia dettata sia dall'esigenza di espandersi in territori fortemente caratterizzati da una radicata subcultura bianca che non avrebbero tollerato una «guerra di religione» contro santa romana chiesa sia dall'essere diventata una forza di governo chiamata a dialogare con il Vaticano.

La cosiddetta Italia bianca, infatti, ha avuto storicamente il suo cuore principalmente nel Nord Est, nelle province montane e pedemontane della Lombardia, con qualche appendice nel Nord Ovest (la provincia di Cuneo), con tratti di vera e propria egemonia elettorale nelle aree extra-urbane e nei piccoli comuni: in queste zone la Democrazia Cristiana poteva contare su di un consenso largo e fedele, molto al di sopra della media nazionale.

Ebbene, prendendo in esame le ultime elezioni regionali del 2010, vi è una pressoché perfetta sovrapposizione tra i territori «bianchi» e quelli «verdi» leghisti. Nelle terre storicamente considerate di subcultura politica bianca la Lega raggiunge percentuali che oscillano tra il 20 e il 40% e nella provincia di Treviso, una delle principali casseforti del voto democristiano, il Carroccio ottiene il suo risultato migliore (48,5%).

Un radicamento così significativo che porta Guolo a sostenere che la definizione della Lega «costola del Pci», che così tanta fortuna ha trovato nei media - andrebbe, forse, più correttamente sostituita con quella di un Carroccio «costola della Dc».

In altri termini, la più recente espansione della Lega sarebbe stata resa possibile da progressivo riavvicinamento alle gerarchie ecclesiastiche, iniziato non senza difficoltà per una reciproca diffidenza, dopo la fine del mito dell'unità politica dei cattolici.

Nel Nord, la Lega si è così candidata a diventare l'erede di "una delega di tipo «difensivo»: votare «per la religione», per la Dc, significa nel senso comune" - scrive l'autore - "non solo tutelare il mondo cattolico ma anche la forma della società locale e del suo sistema culturale".

Una strategia che ha trova una dura opposizione in molti ambienti cattolici, indisponibili ad accettare le posizioni leghiste in materia di immigrazione. Un tema, quello dell'accoglienza dei migranti, su cui permane una significativa diversità di opinioni netta tra Lega e Chiesa.

In definitiva, Bossi mira a essere il principale continuatore (in competizione con Berlusconi) di quella tradizione politica e culturale che, nonostante la fine del Pci, continua sotto la forma dell' «anticomunismo senza comunisti» e che costituisce una parte consistente del radicamento elettorale della Lega nell' Italia bianca (e non solo).

 

Federico Fornaro

("Il Riformista", 11 maggio 2011)

  




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23 aprile 2011
UN CAV. SENZA LIMITI E SENZA PUDORE


Un Presidente del Consiglio che prende le difese di un esponente del suo partito che fa affiggere a Milano manifesti allucinanti con la scritta "Via le Br dalle procure" non si era mai visto. Siamo entrati sul terreno inesplorato per la stessa fantapolitica, quasi un allucinazione collettiva.

Nonostante la lingua italiana sia assai ricca,è diventato oggettivamente difficile trovare parole nuove per descrivere le prese di posizione quotidiane (intervallate preferibilmente da barzellette da osteria di una volta) del premier. Berlusconi ha da tempo abbandonato il terreno del pur duro e serrato confronto istituzionale e politico, entrando nelle praterie del populismo becero. Avevamo già visto un Presidente della Repubblica trasformarsi in picconatore, ma il Cavaliere ha oramai superato ogni limite (anche della decenza e del buon gusto). Una tattica studiata a tavolino per alzare il livello dello scontro nell'intento di rimobilitare il suo elettorato tradizionale e nello stesso momento mettere in difficoltà gli altri attori del sistema politico e istituzionale. Infatti, per usare una metafora sportiva, è come se Berlusconi avesse deciso di cambiare e di iniziare a giocare a rugby prendendo tranquillamente la palla con le mani, mentre tutti gli altri giocatori lo guardano attoniti e si sforzano di continuare a rispettare le regole del calcio. Il rettangolo di gioco è simile, ma gli spettatori (abituato ad assistere a una partita di calcio) non ci capiscono più niente, anche perchè quando gli arbitri  (la magistratura, i giornali e lo stesso Colle) giustamente fischiano il fallo di mano di Berlusconi, per tutta risposta ricevono improperi e minacce. Il risultato è il caos, il disgusto per una politica che ogni giorno si allontana dai problemi della gente comune, quotidianamente alle prese con una crisi economica straordinaria. L'opposizione è in evidente difficoltà perchè continua a comportarsi come se ancora esistessero regole di gioco condivise, mentre Berlusconi (e la Lega) sembrano aver deciso di dedicarsi a un altro sport, con altre regole di gioco. L'imbarbarimento della lotta politica, la distruzione di qualsivoglia parvenza di bilanciamento tra i poteri dello stato, la negazione dei ruoli di garanzia, sono una realtà difficile da accettare per chi arriva da culture politiche che hanno prodotto la nostra Costituzione. Accanto a questa difficoltà culturale ancor prima che politica, c'è una gigantesca trappola, con possibili riflessi elettorali molto negativi per il centro-sinistra: l'indifferenza, la fuga dalle urne dei cittadini nella convinzione che in fondo siano diventati "tutti uguali". Non si tratta,evidentemente, di riesumare vecchie teorie sulla diversità e sulla superiorità antropologica del popolo della sinistra, ma proprio tra quei militanti e elettori sta filtrando questo devastante messaggio di "eguaglianza" in negativo.

Le imminenti elezioni amministrative nelle grandi città saranno,dunque, un test di grande importanza per comprendere lo stato di salute della nostra democrazia e le reali possibilità di via d'uscita dal tunnel del berlusconismo, prima ancora che utili per misurare i rapporti di forza tra i partiti e le coalizioni.

 

Federico Fornaro

("Il Riformista", 23 aprile 2011)

 




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18 aprile 2011
L'ANTIEUROPEISMO SECONDO BOSSI

Le numerose esternazioni antieuropeiste dei maggiori esponenti della Lega di questi ultimi giorni, hanno radici profonde e sono parte integrante del patrimonio ideologico e culturale del movimento fin dalle sue origini. Un aspetto che troppo spesso viene trascurato, se non completamente dimenticato, salvo poi stupirsi di certe prese di posizione non già di militanti periferici,ma di dirigenti di primo piano del Carroccio, ministri e viceministri compresi.

Correva l'anno 2002,ad esempio, quando, in occasione del 4° Congresso della Lega Nord, a poche settimane dall'entrata in circolazione dell'Euro, Umberto Bossi invitata apertamente il popolo padano a fare «resistenza civile all'Europa dell'invasione normativa. C'è un dominio della tecnocrazia, di una macchina burocratica apolide, di un processo discutibile che mette in pericolo le nostre libertà. Chi vuole una Europa senza stati vuole un super stato, vuole l'Unione Sovietica disegnata da Stalin, vuole un potere giudiziario superiore alla sovranità popolare; vuole un'Europa giacobina che purga con la supremazia del potere giudiziario rispetto alla sovranità popolare».

Non soltanto nella propaganda spicciola, ma anche nelle sedi ufficiali i rappresentanti del Carroccio non hanno mai avuto alcuna remora nel definire l'Europa «covo di fascisti illiberali» e chiamare alla lotta il popolo padano contro «il SuperStato europeo,tecnocratico e corrotto». Per carità di patria ci fermiamo qui nelle citazioni antieuropeiste di matrice padana, ma si potrebbe continuare quasi all'infinito. Un critica al modello politico-istituzionale dell'Unione Europea, peraltro, del tutto simile a quella portata avanti dai movimenti etnoregionalisti e populisti che si sono diffusi nel vecchio continente sul finire del secolo scorso.

Peccato però che a Bruxelles e a Strasburgo a dettare le regole del gioco europeo siano ancora le grandi famiglie del socialismo europeo, del gruppo popolare-conservatore e dei liberaldemocratici: i soggetti dichiaratamente antieuropeisti come la Lega&c. sono tenuti rigorosamente ai margini delle istituzioni comunitarie.

In Italia, invece, il processo di progressiva assuefazione e anestetizzazione dell'opinione pubblica, vero grande lascito negativo del berlusconismo, ha finito per far giudicare quasi naturali prese di posizioni e esternazioni antieuropeiste e contrarie all'Unità nazionale, che in qualsiasi altro paese europeo (ma anche nella stessa tanto vituperata Prima repubblica) avrebbero provocato non una ma cento crisi di governo.

I recenti atteggiamenti dei vertici leghisti sia in occasione dei 150° anni dell'Unità d'Italia sia nella crisi Libica e gli attacchi frontali all'Unione Europea sul tema dell'immigrazione, imporrebbero invece ben altra reazione con un deciso cambio di registro, meno buonista nei confronti del Carroccio. Non si può,infatti, perseguire disegni secessionisti e antieuropeisti  e continuare a esercitare il ruolo di forza di governo come se nulla fosse. E' giunto il tempo che si chieda conto alla Lega, con più forza e determinazione, di questa sempre più evidente contraddizione, che oltretutto indebolisce (e non poco) il nostro Paese sullo scacchiere europeo, come testimonia la recente vicenda degli immigrati di Lampedusa.

In discussione non c'è la legittimità della ben nota strategia propagandistica della "Lega di lotta e di governo", ma piuttosto l'esigenza, ogni giorno più cogente, di un coerente rispetto della Costituzione italiana e degli accordi fondativi dell'Unione Europa: sull'Unità d'Italia e sull'Europa unita non si possono più concedere sconti a nessuno, neppure a Umberto Bossi.

Federico Fornaro

("Il Riformista", 16 aprile 2011)




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12 aprile 2011
SE LA DESTRA NON RINUNCIA AL VOTO NERO

C'è da scommettere che il disegno di legge per l'abrogazione della XII norma transitoria della Costituzione ("E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"), presentato nei giorni scorsi da un gruppo di senatori della Pdl, rimarrà nei cassetti di Palazzo Madama, anche per la decisa presa di distanza del Presidente Schifani,

Questo gesto provocatorio rappresenta,però, una spia di una articolata strategia dell'attenzione di una parte del centro-destra italiano rispetto all'universo composito e frastagliato della destra nostalgica. Non bisogna dimenticare,infatti, che già nei primi mesi dell'attuale legislatura, nel 2008, era stata depositato un progetto di legge per l'equiparazione dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana con i partigiani. In questi anni,poi, nei comuni amministrati dal centro-destra vi sono stati innumerevoli tentativi (qualche volta abortiti per le proteste degli antifascisti) di intitolazione di vie o piazze a figure del neofascismo come il defunto segretario dell' Msi, Giorgio Almirante.

Il profilo del primo firmatario del disegno di legge costituzionale, il senatore trentino Cristiano De Eccher, aiuta a comprendere in quali ambienti può nascere l'idea di consentire, nel 2011, la ricostituzione del partito fascista. 60 anni, insegnante di chimica e scienze naturali, De Eccher, è al suo primo mandato parlamentare, dopo essere stato,in gioventù, responsabile triveneto di Avanguardia Nazionale, presidente della Giovine Italia e dirigente provinciale e regionale dell'Msi. Consigliere provinciale a Trento per Alleanza Nazionale dal 2003, nel 2007 venne nominato Presidente della federazione di An. Un curriculum tutto interno alla storia di una area della destra italiana che dal neofascismo si è progressivamente spostata su posizioni più moderate (non dimenticando però le sue radici culturali e politiche), del tutto simile a molti degli esponenti ex-An che oggi militano nella Pdl.

Con un sistema elettorale in cui si può vincere o perdere tutto per una manciata di voti, lo schieramento di centro-destra guidato da Berlusconi ha sempre volutamente evitato di tracciare un confine insuperabile verso questa destra-destra, accettando di volta in volta alleanze organiche con Forza Nuova (un movimento dichiaratamente neofascista) e da ultimo con la Destra di Storace e Bontempo.

La presentazione di iniziative parlamentari che parlano, in primo luogo a quell'universo nostalgico, pur sapendo delle reazioni dell'opinione pubblica democratica, non costituisce,quindi, un fatto isolato. Si vuole,invece, lanciare precisi segnali di attenzione verso l'estrema destra con l'obiettivo di raccogliere il consenso dell'ala dura della destra (limitando gli effetti di disturbo delle liste di quest'area) in occasione delle elezioni amministrative e di quelle politiche.

A sinistra,infatti, ci si è dimenticati troppo in fretta, ad esempio, che all'origine dei catastrofici guai (per i risicati numeri di maggioranza) dell'ultimo Governo Prodi al Senato (ci si ricorda invece benissimo di Rossi e Turigliatto) ci fu l'inattesa) sconfitta in Lazio e in Piemonte. Regioni dove la vittoria di Berlusconi (con conseguente bottino aggiuntivo di senatori per il premio di maggioranza) fu resa possibile dalla confluenza dei voti di due liste della destra estrema: Alternativa Sociale (che raggruppava Azione Sociale, Forza Nuova e il Fronte Sociale Nazionale) e la Fiamma Tricolore.

In definitiva, quindi, il disegno di legge per l'abrogazione del XII norma transitoria della Costituzione rappresenta, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, un'ulteriore dimostrazione dell'anomalia della destra italiana (nel resto di Europa non ci sono concessioni verso la destra antagonista) che periodicamente ammicca verso gli ambienti della nostalgia neofascista per evidenti interessi elettorali, infischiandosene della discriminante antifascista alla base della nostra Costituzione repubblicana.

Federico Fornaro

("Il Riformista", 8 aprile 2011)

 




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12 aprile 2011
L'UNIONE SALVI SE STESSA DAI NAZIONALISMI DEGLI STATI

L'esplosione della "primavera araba", con il corollario dei drammatici sbarchi di disperati a Lampedusa, hanno messo il dito sulla piaga: l'Europa è un gigante economico a cui non corrisponde un'adeguata forza istituzionale sia in politica estera sia sotto il profilo prettamente militare.

Un dato di oggettiva debolezza che arriva da lontano, con gli stati membri gelosi della loro sovranità nazionale e determinati a non sottomettersi a un "governo europeo", indisponibili a riconoscere l'autorità di un ministro degli esteri dell'Unione Europea e tantomeno a valutare l'opportunità della creazione di una forza di pronto intervento sotto il comando unico di Bruxelles.

Così, di fronte alla necessità/opportunità di gestire sotto l'ombrello UE la delicata vicenda dei migranti in fuga dall'altra sponda del Mediterraneo, in queste settimane, dai vertici della Commissione sono giunti solo flebili segni di esistenza in vita. Prese di posizione che per di più sono state coperte mediaticamente sia dal rombo dei bombardieri della Nato in volo sulla Libia sia dalle schermaglie dialettiche delle diplomazie dei singoli stati membri, schierate a difesa dei rispettivi interessi nazionali, quasi che l'Europa non esistesse.

E non basta poi giustamente ricordare come nel recente passato Berlusconi e il suo alleato più fedele, la Lega, non abbiano perso occasione per picconare l'edificio europeo e sbertucciare i funzionari e i vertici della Commissione Europea. Per parte sua, Maroni non dovrebbe stupirsi più di tanta della freddezza nei suoi confronti, quando gli ambasciatori del Carroccio nel Parlamento di Strasburgo rispondono ai nomi di Speroni e Borghezio. La Lega nella politica europea è da sempre messa ai margini,in quarantena, al pari dei partiti etno-regionalisti e populisti di altri paesi.

Il progressivo declino dell'immagine internazionale di Berlusconi ha poi fatto il resto.

Ma detto tutto questo, una politica estera europea autonoma e sovraordinata a quella degli stati nazionali, resta un'esigenza imprescindibile se si vuol tentare di affrontare problematiche epocali quali quelle dell'immigrazione e della diffusione della democrazia nei paesi arabi che sia affacciano sul Mare Nostrum, con le armi della diplomazia e dell'esempio e non delle bombe,.

Un Europa incapace di rafforzare il suo ruolo politico unitario è destinata a un lento,ma inesorabile declino, nonostante gli straordinari risultati ottenuti nel governo dell'economia continentale e la creazione di una moneta unica, una scelta lungimirante che ha dimostrato tutti i suoi benefici effetti durante la recente crisi economica mondiale.  

La soluzione alla conclamata crisi politica dell'Europa non è, dunque, certamente il paventato divorzio prospettato da Berlusconi (impraticabile e disastroso da qualsiasi angolatura lo si voglia analizzare) ma l'esatto contrario: un autorevole governo europeo all'altezza delle gigantesche sfide proposte dalla globalizzazione e, nel lungo termine, la concretizzazione del sogno utopico dei federalisti europei: gli Stati Uniti d'Europa.

Oggi, dunque, la situazione reclama "più Europa" e non certamente "meno Europa", come ha teorizzato il centro-destra italiano da diversi anni a questa parte.

Di fronte a una crisi conclamata delle istituzioni europee c'è assoluto bisogno di un colpo di reni per contrastare, in primo luogo, il diffondersi nell'opinione pubblica di forme più o meno mascherate di nazionalismo: un virus devastante che può rimanere silente per anni salvo poi riapparire con esiti nefasti, come la storia del Novecento è lì drammaticamente a testimoniare.

L'Europa politica deve battere un colpo non soltanto per dimostrare la sua esistenza in vita, ma soprattutto pensando ai bisogni e alle aspettative dei suoi 495 milioni di abitanti.

Federico Fornaro

("Il Riformista", 12 aprile 2011)

 

 

 




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5 aprile 2011
Follie leghiste, mancavano solo gli eserciti regionali

Le recenti contraddittorie esibizioni (con annesse figuracce) dei massimi dirigenti del partito durante le celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia e più ancora la dimostrazione di inaffidabilità politica clamorosamente emersa nella vicenda della gestione emergenziale degli sbarchi di migranti a Lampedusa, pongono la Lega e in buona misura la stessa politica italiana, di fronte a un bivio. Ultima,ieri, è arrivata la surreale proposta di eserciti regionali a  disposizione dei governatori.

La strategia di una "Lega di lotta e di governo" ha clamorosamente mostrato i suoi limiti e la sua inadeguatezza. Il comportamento del ministro Maroni in queste settimane è l'esempio plastico dell'insostenibilità di questa impostazione. Da uomo di governo, Maroni,infatti, ha prima avvertito l'opinione pubblica dell'arrivo di una massa di diseredati provenienti dall'altra sponda del Mediterraneo,ma contemporaneamente ha dovuto fare i conti con la "pancia" dell'elettorato leghista più duro (e peraltro coerente con gli indirizzi della Lega in materia di immigrazione) che non vuol assolutamente sentir parlare di solidarietà e interventi umanitari. Per anni il Carroccio ha sostenuto che l'unica ricetta da praticare per evitare "l'invasione" era il respingimento dei barconi, anche con la forza delle armi se necessario: punto e basta.

Il risultato finale è stata un'azione di governo (e in particolare di Maroni) abborracciata, balbettante, sempre alla rincorsa dei problemi, anche e soprattutto per la golden share che la Lega ha esercitato in questa fase, frenando nella politica dell'accoglienza e segnando un confine assai labile e di difficile decifrazione concreta tra clandestini e profughi di guerra.

Le immagini delle migliaia di poveri cristi ammassati a Lampedusa e lasciati in una situazione di gravi carenze igenico-sanitarie hanno fatto il giro del mondo e non sono state certo un bel biglietto da visita per il nostro Paese.

Gli italiani hanno dovuto così assistere allo spettacolo di un governo alle prese con una crisi drammatica (con un ministro della Lega a capo del dicastero più esposto e coinvolto, il ministero dell'Interno) e di un leader di un partito di governo, nonché ministro anch'egli, Umberto Bossi che quotidianamente dettava una linea d'intervento alternativa a quella adottata dall'Esecutivo, alimentando la spirale della contrapposizione tra Nord e Sud, tra cittadini e migranti, con il dichiarato obiettivo di contenere una possibile emorragia di voti in vista delle imminenti elezioni amministrative del prossimo 15 -16 maggio.

A questo punto,però, è lecito domandarsi quanto può durare questo «non-governo» di un problema epocale qual'é quello dell'immigrazione ?

La Lega è chiamata a fornire, da partito di governo di uno dei maggiori paesi industrializzati dell'Occidente, il proprio contributo per ricercare una soluzione equilibrata e concreta alla questione,senza furbizie e scappatoie propagandistiche funzionali unicamente a calmare i bollenti spirito del suo "zoccolo duro", prevalentemente composto dai militanti della prima ora.

Come è stato nella storia del '900 per la sinistra in Europa, si sta avvicinando per la Lega il momento in cui gli avvenimenti impongono di far prevalere una cultura gradualista e riformatrice e mettere ai margini l'anima massimalista (nel caso del Carroccio, secessionista) e protestataria. 

Bossi e i vertici del Carroccio non possono,infatti, pensare di continuare ancora a lungo a eludere questo nodo politico e strategico, pagando, se del caso, un prezzo anche in termini di consenso, esattamente come è più volte capitato sia a sinistra sia sul fronte della destra democratica.

Federico Fornaro

da "Il Riformista", 5 aprile 2011

 




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POLITICA
6 febbraio 2011
CARA “PADANIA”. NELLE LETTERE IL BRUTTO UMORE DEL CARROCCIO

Sorprendentemente dopo il pareggio in Commissione sul federalismo municipale e il rinvio al mittente del decreto legge approvato in fretta e furia dal Consiglio dei ministri per placare l’ira di Bossi, fino ad ora sul quotidiano “la Padania” non v’è traccia di lettere dei militanti dedicate alle convulse vicende di questi ultimi giorni.

A differenza degli ascoltatori di “Radio Padania Libera” che hanno preso d’assalto i centralini per commentare e interrogarsi sul futuro della legislatura e del federalismo, l’organo ufficiale della Lega Nord si è limitato a pubblicare i commenti e le dichiarazioni stampa di dirigenti politici e amministratori locali.

E’ un vero peccato, perché la rubrica “La parola ai lettori” è un osservatorio unico e originale per comprendere lo stato d’animo e gli umori degli elettori e dei militanti leghisti. In queste pagine,infatti, è possibile raccogliere molti sfoghi provenienti dall’anima protestataria e secessionista della Lega di lotta della prima ora, costretta adesso a convivere con quella filo-governativa. Una convivenza che nelle ultime settimane è stata duramente messa alla prova dalle disavventure giudiziarie di Berlusconi e dalle vicissitudini parlamentari del federalismo municipale. Tradizionalmente nei momenti di difficoltà, la via d’uscita per non mettere in dubbio il verbo politico del Capo, è quella di dare la caccia ai nemici che impediscono il raggiungimento degli obiettivi. Nei giorni scorsi non si faticava certo a trovare su “la Padania” lettere dedicate agli avversari da combattere (e abbattere).

Da sempre al primo posto nella categoria dei colpevoli di tutti (o quasi) i mali italiani ci sono gli stranieri (il termine di extra-comunitario è caduto in desuetudine dopo l’entrata dei rumeni nella U.E.): “Forse è meglio ricordare al compagno Veltroni che in Italia, i veri italiani sono fra i 52/53 milioni e non 60 milioni come vuole lui. Gli altri 6/7 milioni (cifra per difetto) è roba straniera, e non hanno nessun diritto, e meno che mai il dovere di chiamarsi italiani. Piacerebbe molto ai sinistrati italici, stravolgere la nostra nazionalità, ma possono mettersi il cuore in pace, come ai loro lecchini di Bruxelles, uno straniero sarà sempre uno straniero, anche cambiandogli le generalità sulla carta d’identità” (29.01.2011).

Quasi a rendersi immediatamente interpreti di questi sentimenti di rigetto antropologico verso lo straniero, all’interno del giornale, viene dato ampio risalto a un intervista con un amministratore locale del Carroccio. Qualsiasi commento a riguardo appare superfluo: “La Giunta leghista di Vigevano intende, se possibile, dimezzare la percentuale di stranieri presenti in città. Come ? Aumentando i “costi di soggiorno” modificando in prima battuta il regolamento all’accesso ai servizi comunali, quindi l’eliminazione della prima fascia, in modo che tutti dovranno pagare, anche solo un minimo. E chi non ne ha la possibilità «Chi davvero non ne avrà la possibilità – ha proseguito il vicesindaco Andrea Ceffa – sarà aiutato dal Comune, Ma ci sono tantissime persone che non pagano pur avendone merito. Fare tanti figli, costringere la moglie a non lavorare, passare da un lavoro occasionale all’altro e dire che non si ha reddito: basta con tutte queste scuse»”.

Con buona pace di chi in passato ha considerato la Lega “una costola della sinistra”, in questa fase tra i principali obiettivi degli strali dei lettori de “la Padania” c’è quello che è considerato il colpevole massimo dell’invasione straniera: quella sinistra definita senza mezzi termini “un amalgama di politicanti falliti, omosessuali, clienti dei viados. Moralisti ridicoli che usano la morale quando fa comodo a loro”. Sempre lo stesso militante conclude la sua requisitoria con un avvertimento che non lascia adito a interpretazioni di sorta: “Se la minoranza, l’oligarchia dei pochi, la casta dei giudici intoccabili che fanno politica illegalmente continuano questo golpe strisciante è d’obbligo preparare i bastoni e affilare le armi” (29.01.2011).

Sulla stessa linea troviamo anche un tal “Brenno”, che non esita a domandarsi retoricamente come “voi giacobini, che siete l’emblema storico del fallimento e della rovina e soprattutto da un punto di vista morale, culturale, spirituale, ancora possiate pensare di salire in cattedra, e presentarvi e rappresentarvi come giudici e maestri. Questo è un segno della vostra progenie. State alla società civile come il veleno al cibo. Chi vi conosce vi evita” (29.01.2011).

Non poteva,infine, mancare l’attacco all’intellettuale di sinistra, nella fattispecie il povero Saviano, colpevole di aver dedicato la sua recente laurea honoris causa ai giudici di Milano e non a Falcone e Borsellino: “Un uomo così, del quale mai nulla leggerò mi sembra un quacquaracquà; e mi fa sospettare che, finire tra le icone del sinistrume e dell’anti-berlusconume, sia il prezzo che gli è stato chiesto di pagare per consentirgli di riacquistare la propria incolumità; vedrete che, se ha ancora la scorta, fra poco gliela leveranno. Ma è tutto regolare: in un paese degradato di nome Italia, aggregato al carro di un continente senza anima di nome Europa, la laurea honoris causa a Saviano fa il degno paio con il nobel a Dario Fo”(Mario da Ferrara, 1.02.2011).

Federico Fornaro

“Il Riformista”, 6 febbraio 2011




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POLITICA
4 dicembre 2010
IL FEDERALISMO DELLE GITE SCOLASTICHE

Nelle scorse settimane il Presidente della Regione Piemonte, il leghista Roberto Cotta ha lanciato una strabiliante iniziativa denominata“A scuola di Piemonte” per sostenere con un bonus economico le scuole elementari, medie e del biennio superiore (tutte rigorosamente piemontesi) che organizzeranno nel corrente anno scolastico viaggi d’istruzione con meta il territorio piemontese. A ogni classe che ne farà richiesta sarà assegnato un contributo di 150 euro fino ad esaurimento delle risorse disponibili, che ammontano a 150.000 euro. L’obiettivo – sono parole dell’assessore regionale al Turismo, Alberto Cirio (Pdl) - è quella di “trasmettere ai ragazzi la consapevolezza e il radicamento verso la nostra identità locale, le nostre radici, e l’importanza di una cultura turistica che va tramandata e tutelata”. E’ legittimo domandarsi se sia questo il federalismo di cui (stra)parlano i dirigenti della Lega in ogni occasione? Quando con la piena condivisione della Lega al governo, si stanno attuando 8 miliardi di euro di tagli alla scuola italiana, queste trovate assumono i contorni di un’autentica presa in giro per genitori, studenti, insegnanti e personale non docente e finiscono per rappresentare,anche, un cattivo servizio alla causa di un sano e vero federalismo solidale. Non si vede,infatti, perché le altre regioni dovrebbero starsene con le mani in mano. Potrebbe così divenire concreto il rischio di una triste “guerra” (a colpi di bonus, ovvero di denaro pubblico). Con quello che capita nella realtà, c’è poi da interrogarsi se sono queste le questioni che interessano realmente la scuola italiana, alle prese con i problemi quotidiani causati dai tagli alle risorse economiche e umane. 150.000 euro di denaro pubblico che potevano essere indirizzati in forme certamente più utili per gli studenti e non sprecati in una difesa localistica del turismo piemontese che rischia, oltretutto di trasformarsi in un autentico boomerang. Forse ai nuovi inquilini di Piazza Castello 165, sede della Giunta Regionale, è sfuggito che a Torino c’è, per citare un solo esempio, uno dei luoghi più visitati in assoluto dai ragazzi in gita scolastica, provenienti da tutta la penisola: il museo Egizio. Se non ci trovassimo nel pieno di una delle peggiori crisi economiche e sociali che si ricordino a memoria d’uomo, di fronte a simili iniziative ci potrebbe anche scappare un piccolo sorriso. La verità che il Piemonte e l’Italia, il sistema scolastico come quello economico, avrebbero bisogno di ben altro che di queste inutili forme di propaganda a colpi di bonus per le gite scolastiche in salsa verde leghista (con costi a carico dei contribuenti).

Federico Fornaro (vicesegretario regionale PD Piemonte)

"Unità", 4 dicembre 2010




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